Una storia scritta per non dimenticare
Questo sito raccoglie due documenti complementari sulla Resistenza partigiana nel massiccio Montovolo-Vigese, sull'Appennino bolognese, nell'estate e nell'autunno del 1944. Due voci diverse, due sguardi: quello dello storico e quello del figlio.
Il Dott. Marco Michelini ricostruisce con rigore critico la formazione partigiana di Montovolo e la battaglia del Vigese combattuta dalla Sesta Divisione Corazzata Sudafricana contro le Waffen SS della 16ª Divisione «Reichsführer-SS» — gli stessi reparti responsabili della strage di Marzabotto.
Luigi Vannini trascrive i ricordi del padre Tullio, partigiano catturato nel settembre 1944 e liberato grazie a don Luigi Tommasini, parroco di Burzanella — figura centrale in entrambe le narrazioni.
Inquadramento storico
La liberazione di Campolo
Campolo è stato «liberato» dai sudafricani agli inizi dell'autunno del 1944. Sono passati dal Torlai come da Vigo; al Torlai hanno incontrato una feroce resistenza da parte delle Waffen SS della 16ª divisione «Reichsführer-SS», gli stessi di Marzabotto.
Il contesto strategico
Si è sempre detto che la campagna d'Italia era vista da entrambi i contendenti come un modo di distrarre forze nemiche dal più importante fronte occidentale in Francia. Recentemente una corrente storiografica vuole una dicotomia di volontà tra inglesi e americani, con i primi che volevano arrivare celermente al Brennero per poter influenzare il futuro dei Balcani e impedire lo sbocco dell'Unione Sovietica in Mediterraneo. Personalmente non vedo come la completa conquista dell'Italia avrebbe potuto facilitare questa politica, peraltro ampiamente attuata dagli inglesi con l'intervento in Grecia contro i comunisti e gli accordi con Tito.
I tedeschi avevano perso ogni fiducia negli italiani e per loro era essenziale mantenere le principali vie di comunicazione sgombre e le immediate retrovie sicure. Conoscevano la sproporzione di uomini e mezzi con la quale si battevano in Italia e non si facevano certo illusioni sull'esito finale: loro scopo era ritardare il più possibile l'inevitabile vittoria alleata.
Sul versante tedesco, nel corso dell'estate 1944, i lavori di costruzione della Linea Gotica sugli Appennini settentrionali furono intensificati grazie all'Organizzazione Todt. La linea difensiva tagliava la penisola dal litorale tirrenico fino all'Adriatico, con postazioni per mitragliatrici, rifugi, gallerie, torrette di carri armati interrate e campi minati. Il 5 giugno 1944 la linea ferroviaria e stradale Bologna-Vergato era già stata colpita dai bombardamenti alleati, con ordigni esplosi tra Tolè e Vedegheto che avevano lasciato crateri di enormi dimensioni. Il massiccio Vigese-Montovolo si inseriva in questo sistema difensivo: il terreno montano offriva ai difensori tedeschi un vantaggio naturale che avrebbero sfruttato fino all'ultimo.
Il massiccio Vigese-Montovolo si presentava adatto a una battaglia di usura e rallentamento, e questa è stata combattuta. Per poterlo fare era necessario sgomberare il Farneto, troppo vicino alle postazioni tedesche, e la cima di Montovolo, addirittura soprastante. Lo sgombero del Farneto è costato la vita a 5 partigiani; lo sgombero di Montovolo è stato indolore. In entrambi i casi opera la Wehrmacht, con lo stesso capitano alla guida, e don Tommasini, che riesce a far liberare sia civili che partigiani arrestati o rastrellati.
Ognuno faccia le sue valutazioni: alla fine i tedeschi hanno avuto la loro battaglia senza essere disturbati dalla resistenza, malgrado il contributo delle SS, che hanno ammazzato a caso una decina di persone o più nel territorio di Burzanella; sicuramente dalle nostre parti è andata meglio che altrove. L'attacco alleato partito da Lagaro e Camugnano non si è scatenato solo verso Torlai-Greglio-cima Vigese-Vigo ma anche verso Monteacuto-Grizzana.
Lo schieramento dopo l'offensiva autunnale
Dopo l'offensiva di inizio autunno il fronte si stabilizza fino a primavera. Secondo don Tommasini la dislocazione era la seguente:
Date della liberazione nei paesi vicini
I partigiani di Montovolo
La formazione
Da testimonianze orali di abitanti di Campolo, nel 1944, già dai primi mesi dell'anno si era costituita a Montovolo una formazione partigiana, numerosa, dotata di molti cavalli. Non mi sono state fornite informazioni su armamento e munizionamento; il santuario fungeva da dispensa e vi erano accatastate cibarie in gran quantità, i cavalli venivano lasciati al pascolo sulle cime del monte, allora completamente prive di alberatura. L'attività di questi partigiani viene ricordata prevalentemente come di esproprio per l'autoapprovvigionamento: colpiti i possidenti mentre, pare, i contadini fossero risarciti.
Tra questi partigiani mio zio Mario, Tullio Vannini, Lino Degli Esposti detto «Banana».
Nel contesto della resistenza appenninica bolognese, la formazione di Montovolo non era isolata. La principale formazione della zona era la Stella Rossa, attiva sui monti sopra Vado al comando di Mario Musolesi soprannominato «Lupo»: già in maggio contava circa duecento elementi e riceveva lanci paracadutati di armi nella zona di Gardelletta. Più a sud operava la Brigata Garibaldi «Bruno Buozzi» nei comuni di Camugnano e Grizzana, comandata da Ottorino Ruggeri detto «Bill», mentre nelle vicinanze di Vergato agiva la formazione «Pilota» al comando di Gino Costantini, inquadrata nella divisione «Modena». Per segnalare i rastrellamenti, le comunità si erano organizzate con segnali d'allarme empirici: due lenzuoli bianchi sulle sommità di Prunarolo e Rodiano, visibili da tutta la zona, venivano ammainati all'approssimarsi dei soldati tedeschi.
La fonte principale: don Luigi Tommasini
Per seguire le loro gesta bisogna necessariamente riferirsi al libro «La bufera» di don Luigi Tommasini, allora parroco di Burzanella, l'unico, mi risulta, che ne abbia parlato; ritengo utile anche una circoscritta divagazione su fatti accaduti nelle vicinanze per cercare di meglio inquadrare la figura di don Tommasini, che sicuramente ha voluto emergere come protagonista dei fatti resistenziali nel massiccio Montovolo-Vigese e che, ai miei occhi, c'è riuscito se non per il fatto che è stato l'unico che ne ha scritto.
«Altre persone giunsero dalla Toscana, alcune perché avevano parenti a Burzanella, altre attratti dalla voce che il parroco di Burzanella poteva proteggerli e magari trovar loro un posto di lavoro.» — Don Luigi Tommasini, La bufera, cap. XXI
La crisi della formazione e gli infiltrati
Pare che all'inizio dell'estate '44 si siano presentati figuri millantando di essere stati inviati dal Comando della Stella Rossa di Monzuno e abbiano assunto la direzione della formazione. Pare che a questi sia dovuto un aumento delle requisizioni e il fallito attentato a Duilio Pisi. Pare che dopo questo evento siano arrivati davvero funzionari della Stella Rossa e abbiano fucilato il capo di questi elementi e portato con loro a Monzuno altri.
Il fucilato sarebbe stato sepolto ai lati della strada per Montovolo, a una curva in alto; don Tommasini scrive che aveva già avuto un feroce litigio con questo soggetto a Burzanella e che questi aveva tentato di ucciderlo. Secondo don Tommasini non sarebbe stato fucilato a Montovolo ma a Monteacuto, e si sarebbe chiamato Dante; don Zanini precisa il cognome, Albori, e indica come luogo di esecuzione casa Olivone, nel Farneto. A Monteacuto, Vallese, sarebbe stato seppellito. Pare che il Dante, prima del crollo del regime, facesse il pastore, e aveva solida fama di razziatore.
Di fatto la formazione di Montovolo era già in crisi all'arrivo dei tedeschi: pare non ci fosse più da mangiare e che pochi presidiassero il santuario — infatti mio zio e Vannini furono arrestati a casa, dove mangiavano. Non so se partigiani di Montovolo si siano trasferiti in altre formazioni; la loro attività è stata fondamentalmente di automantenimento.
Episodi salienti dell'estate-autunno 1944
La battaglia del Vigese
Settembre – Ottobre 1944
La Sesta Divisione Corazzata Sudafricana
Dal 1943 i dominions inglesi in Sud Africa parteciparono alla seconda guerra mondiale con un'unica formazione, la Sesta divisione corazzata sudafricana, composta da brigate corazzate, motorizzate, reggimenti di artiglieria, reparti del genio e servizi logistici.
Passato il crinale appenninico con partenza da Pistoia lungo la statale 64, inglobata nella 5ª armata americana, dagli inizi di settembre (altre fonti parlano del 27 settembre) 1944 la divisione arrivò a Castiglione dei Pepoli. Il 30 settembre occupò Camugnano.
La divisione era articolata in tre brigate: la 12ª Brigata Motorizzata (Natal Carbineers, Imperial Light Horse/Kimberley Regiment), la 11ª Brigata Corazzata e la 24ª Brigata delle Guardie con gli Scots Guards. Il settore era difeso principalmente dalla 16ª Divisione SS Panzergrenadier «Reichsführer-SS», supportata dalla 65ª Divisione di Fanteria: unità esperte che sfruttavano il terreno con gallerie nella roccia, campi minati e postazioni mimetizzate. Già il 12 settembre la 12ª Brigata Motorizzata aveva attaccato Monte Acuto, ma la salita ripida e fangosa battuta dalle mitragliatrici tedesche aveva bloccato l'avanzata con 137 uomini tra morti e feriti e cinque carri distrutti in tre giorni. Tra settembre e dicembre 1944 la divisione sudafricana avrebbe subito oltre 1.200 perdite tra morti, feriti e dispersi.
Cronologia degli scontri (3–7 ottobre 1944)
La decisione di ritirarsi da parte dei tedeschi fu senz'altro presa anche in considerazione dei progressi degli americani in val di Setta, progressi che avrebbero portato a un isolamento nelle linee nemiche del massiccio Vigese-Montovolo. Non trova riscontro il racconto del sacrificio di 17 SS che, invece di arrendersi, uscirono da casa Torlai sparando e furono falciati dalle mitragliatrici dei carri armati sudafricani. Intanto, alla fine, il Torlai fu abbandonato dai tedeschi e non conquistato dai sudafricani; poi è dubbio che i carri armati ci siano arrivati: usati nel secondo attacco sudafricano, sono rimasti impantanati nel fango e facile preda del controcarro tedesco.
Dai diari di guerra sudafricani testé citati, Campolo è stata liberata il 7, Vigo il giorno prima e Torlai occupato parimenti il 7. Tappa successiva per i sudafricani Stanco, dove dovettero sostenere un altro duro scontro.
Episodi della ritirata tedesca
Due episodi riferiti all'autore sulla ritirata tedesca. L'assassinio di Adriano degli Esposti, fratello di Sisto e Lino, a Cavallino, nella sede del comando tedesco: arrestato qualche giorno prima nei pressi di Campolo perché si era dato alla fuga incontrando soldati tedeschi, il poveretto fu trovato cadavere nel locale che fungeva da prigione.
Lo scontro di Orelia: pare che soldati tedeschi, fermatisi per abluzioni alla fontana di Orelia, siano stati fatti oggetto di fucilate da parte di partigiani sovrastanti. I danni variano, a seconda dei racconti raccolti negli anni, da un soldato leggermente ferito a una spalla a tre morti. Pare che i tedeschi siano tornati indietro bruciando case fin oltre ai Chiosi: l'autore non ha mai visto resti o sentito parlare di case bruciate e non ha mai trovato riscontri scritti di questo racconto.
La via della ritirata e il ponte di Riola
Per che strada si sono ritirati i tedeschi? È dubbio che a quei tempi ci fosse l'attuale Chiosi-Riola; c'era lo stradello che passava per la Scola, ma era transitabile dai mezzi militari? Riola era libera o già occupata dagli americani o dai brasiliani? Poi il ponte era distrutto.
I tedeschi si son ritirati per Orelia, ma il ponte della Carbona era transitabile da mezzi militari e, soprattutto, era ancora su? C'è l'ipotesi, non condivisa dallo stradario allegato da don Zanini al suo libro, di una strada Riola-Prada… La possibilità di un ritiro per la strada Torlai-Boscalto era condizionata dalla resistenza tedesca a Monte Acuto.
Ignoro — conclude l'autore — come sia avvenuta la battaglia finale per Grizzana; alla fine è stata occupata dagli americani.
Memoria di un Partigiano
Ricordi di Tullio Vannini, trascritti e annotati dal figlio Luigi Vannini
Questo testo nasce dalla voce di mio padre Tullio Vannini, della sorella Lilia Vannini e della Madre Antonietta Palmieri. Ho cercato di trascrivere i loro ricordi affiancando alla narrazione i riferimenti storici che li illuminano, attingendo in primo luogo al volume «La bufera» di don Luigi Tommasini. Ho conservato la mia voce di figlio: non sono uno storico, e non voglio fingere di esserlo.
— Luigi Vannini
L'inizio della ribellione
«Cosa fa l'Italia?» — domandò con voce ferma, quasi di sfida, il soldato Tullio Vannini, rivolgendosi ai suoi commilitoni. E i compagni risposero in coro: «Fa schifo!». Quel breve scambio conteneva il germe di una ribellione. La sfiducia nell'impresa bellica del regime serpeggiava da anni tra i soldati italiani, logorati da campagne disastrose in Africa, nei Balcani e in Russia.
L'8 settembre e la fuga
Poi venne l'8 settembre 1943. Quel giorno l'Italia firmava l'armistizio con gli Alleati, e l'esercito si ritrovò improvvisamente senza ordini, senza comando, senza patria. Fu allora che Tullio decise di scappare — tornare verso la sua terra, le montagne che conosceva.
«L'8 settembre fu per molti il giorno più lungo della vita: non perché qualcosa finisse, ma perché tutto, improvvisamente, doveva ricominciare.» — Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, 1953
Circa seicentomila soldati italiani rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi e scelsero strade diverse: la fuga, la clandestinità, la montagna. Era l'inizio di ciò che la storiografia ha chiamato «la scelta».
La vita nei boschi
La vita del fuggiasco era dura, segnata dalla fame e dall'incertezza. Ogni tanto, spinto dal bisogno, Tullio faceva ritorno alla casa materna. I genitori lo accoglievano con amore, ma anche con timore. Antonietta, la madre, piangeva e lo supplicava di non esporsi.
In questo periodo si stava formando a Montovolo una banda partigiana che avrebbe riunito diversi giovani della zona — tra cui Mario Michelini e Lino Degli Esposti detto «Banana».
La cattura
Un giorno i tedeschi piombarono improvvisamente nella casa di Tullio. Si nascose in un piccolo gabinetto esterno, trattenendo il fiato. I tedeschi cominciarono a interrogare il padre Luigi, colpendolo col calcio del fucile. Fu allora che Tullio uscì dal nascondiglio e si consegnò. Era il 15 settembre del 1944.
Mio padre fu tra loro. Uscì dal nascondiglio non per resa, ma per amore — per non vedere il padre percosso davanti ai suoi occhi. C'è in questo gesto qualcosa che va oltre il coraggio militare: è la forma più antica e più umana di responsabilità. — Luigi Vannini
La prigionia e la liberazione
Insieme ad altri compagni, venne condotto nelle prigioni di Castiglione dei Pepoli, ricavate nell'antico palazzo dei Pepoli. La voce correva: sarebbero stati giustiziati. Tullio si chiedeva: «Come saremo, da morti?».
Don Luigi Tommasini partì il 16 settembre con don Nascetti — digiuni, a piedi, rischiando di persona. Il 17 settembre il capitano Telgelman acconsentì: Tommasini mostrò i documenti del cantiere della Todt, garantì che i prigionieri sarebbero stati suoi operai, e il capitano salì alle celle e scese con tutti e sette.
Epilogo
Ho scritto questo testo cercando di stare il più vicino possibile alla sua voce. Don Tommasini mi ha aiutato: la sua «La bufera» è un libro imperfetto, a tratti compiaciuto, ma è l'unico che abbia messo per iscritto ciò che è accaduto in questi luoghi, con questi nomi, in quegli anni. Senza di lui, molte cose sarebbero rimaste nell'ombra.
E io, suo figlio, oggi le scrivo, affinché non vadano perdute, affinché la voce di chi ebbe il coraggio di opporsi continui a risuonare. Perché la storia, se non viene raccontata, rischia di svanire come polvere al vento. — Luigi Vannini
Luoghi e persone
Protagonisti
I luoghi della memoria
Fonti principali
Don Luigi Tommasini, «La bufera». Tipografia Compositori, Bologna. Racconto autobiografico della Resistenza nel territorio di Burzanella e del massiccio Montovolo-Vigese.
Testimonianze orali di Tullio Vannini, raccolte dal figlio Luigi nel corso degli anni. Fonte primaria per la Memoria (Allegato A).
Testimonianze orali di abitanti di Campolo di Grizzana Morandi, raccolte dall'autore nel corso di diversi anni.
Diari di guerra sudafricani, consultati per la ricostruzione della battaglia del Vigese (ottobre 1944).
Roberto Battaglia, «Storia della Resistenza italiana». Einaudi, Torino, 1953.
Archivio di Stato: atti del processo a Malossi di Lagaro per delazioni ai tedeschi nel rastrellamento del Farneto.