Appennino Bolognese · 1943–1944

I Partigiani
di Montovolo

La battaglia del Vigese · Stradario 1944
Dott. Marco Michelini
con la memoria di Tullio Vannini
trascritta dal figlio Luigi Vannini

Campolo di Grizzana Morandi, 2026
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Presentazione

Una storia scritta per non dimenticare

Questo sito raccoglie due documenti complementari sulla Resistenza partigiana nel massiccio Montovolo-Vigese, sull'Appennino bolognese, nell'estate e nell'autunno del 1944. Due voci diverse, due sguardi: quello dello storico e quello del figlio.

Il Dott. Marco Michelini ricostruisce con rigore critico la formazione partigiana di Montovolo e la battaglia del Vigese combattuta dalla Sesta Divisione Corazzata Sudafricana contro le Waffen SS della 16ª Divisione «Reichsführer-SS» — gli stessi reparti responsabili della strage di Marzabotto.

Luigi Vannini trascrive i ricordi del padre Tullio, partigiano catturato nel settembre 1944 e liberato grazie a don Luigi Tommasini, parroco di Burzanella — figura centrale in entrambe le narrazioni.

Capitolo Primo

Inquadramento storico

La liberazione di Campolo

Campolo è stato «liberato» dai sudafricani agli inizi dell'autunno del 1944. Sono passati dal Torlai come da Vigo; al Torlai hanno incontrato una feroce resistenza da parte delle Waffen SS della 16ª divisione «Reichsführer-SS», gli stessi di Marzabotto.

Mappa storica della zona, 1944
Mappa storica della zona Vigese-Montovolo, 1944

Il contesto strategico

Si è sempre detto che la campagna d'Italia era vista da entrambi i contendenti come un modo di distrarre forze nemiche dal più importante fronte occidentale in Francia. Recentemente una corrente storiografica vuole una dicotomia di volontà tra inglesi e americani, con i primi che volevano arrivare celermente al Brennero per poter influenzare il futuro dei Balcani e impedire lo sbocco dell'Unione Sovietica in Mediterraneo. Personalmente non vedo come la completa conquista dell'Italia avrebbe potuto facilitare questa politica, peraltro ampiamente attuata dagli inglesi con l'intervento in Grecia contro i comunisti e gli accordi con Tito.

I tedeschi avevano perso ogni fiducia negli italiani e per loro era essenziale mantenere le principali vie di comunicazione sgombre e le immediate retrovie sicure. Conoscevano la sproporzione di uomini e mezzi con la quale si battevano in Italia e non si facevano certo illusioni sull'esito finale: loro scopo era ritardare il più possibile l'inevitabile vittoria alleata.

Sul versante tedesco, nel corso dell'estate 1944, i lavori di costruzione della Linea Gotica sugli Appennini settentrionali furono intensificati grazie all'Organizzazione Todt. La linea difensiva tagliava la penisola dal litorale tirrenico fino all'Adriatico, con postazioni per mitragliatrici, rifugi, gallerie, torrette di carri armati interrate e campi minati. Il 5 giugno 1944 la linea ferroviaria e stradale Bologna-Vergato era già stata colpita dai bombardamenti alleati, con ordigni esplosi tra Tolè e Vedegheto che avevano lasciato crateri di enormi dimensioni. Il massiccio Vigese-Montovolo si inseriva in questo sistema difensivo: il terreno montano offriva ai difensori tedeschi un vantaggio naturale che avrebbero sfruttato fino all'ultimo.

Soldati tedeschi con cannone antiaereo sull'Appennino
Soldati tedeschi con artiglieria antiaerea sull'Appennino, estate 1944
Artiglieria tedesca nei pressi del fronte appenninico
Artiglieria tedesca nei pressi del fronte, agosto-settembre 1944

Il massiccio Vigese-Montovolo si presentava adatto a una battaglia di usura e rallentamento, e questa è stata combattuta. Per poterlo fare era necessario sgomberare il Farneto, troppo vicino alle postazioni tedesche, e la cima di Montovolo, addirittura soprastante. Lo sgombero del Farneto è costato la vita a 5 partigiani; lo sgombero di Montovolo è stato indolore. In entrambi i casi opera la Wehrmacht, con lo stesso capitano alla guida, e don Tommasini, che riesce a far liberare sia civili che partigiani arrestati o rastrellati.

Ognuno faccia le sue valutazioni: alla fine i tedeschi hanno avuto la loro battaglia senza essere disturbati dalla resistenza, malgrado il contributo delle SS, che hanno ammazzato a caso una decina di persone o più nel territorio di Burzanella; sicuramente dalle nostre parti è andata meglio che altrove. L'attacco alleato partito da Lagaro e Camugnano non si è scatenato solo verso Torlai-Greglio-cima Vigese-Vigo ma anche verso Monteacuto-Grizzana.

Lo schieramento dopo l'offensiva autunnale

Dopo l'offensiva di inizio autunno il fronte si stabilizza fino a primavera. Secondo don Tommasini la dislocazione era la seguente:

Sudafricani
Camugnano, Carpineta, Verzuno, Riola
Brasiliani
Montecavalloro, Lissano
Americani
Grizzana
Inglesi
Creda, Lagaro, Castiglione dei Pepoli
Tedeschi
Castelnuovo, Vergato, Marzabotto (capisaldi)
Terra di nessuno
Prada, Collina, Monteacuto

Date della liberazione nei paesi vicini

28 set. 1944
Riola — V Armata USA e Forza Expedicionária Brasileira (FEB)
3 ott. 1944
Castel di Casio
5 ott. 1944
Porretta Terme
6 ott. 1944
Monte Vigese e Montovolo — truppe sudafricane
12 ott. 1944
Monte Stanco e Grizzana — truppe sudafricane
11 nov. 1944
Lizzano in Belvedere
Capitolo Secondo

I partigiani di Montovolo

La formazione

Da testimonianze orali di abitanti di Campolo, nel 1944, già dai primi mesi dell'anno si era costituita a Montovolo una formazione partigiana, numerosa, dotata di molti cavalli. Non mi sono state fornite informazioni su armamento e munizionamento; il santuario fungeva da dispensa e vi erano accatastate cibarie in gran quantità, i cavalli venivano lasciati al pascolo sulle cime del monte, allora completamente prive di alberatura. L'attività di questi partigiani viene ricordata prevalentemente come di esproprio per l'autoapprovvigionamento: colpiti i possidenti mentre, pare, i contadini fossero risarciti.

Tra questi partigiani mio zio Mario, Tullio Vannini, Lino Degli Esposti detto «Banana».

Nel contesto della resistenza appenninica bolognese, la formazione di Montovolo non era isolata. La principale formazione della zona era la Stella Rossa, attiva sui monti sopra Vado al comando di Mario Musolesi soprannominato «Lupo»: già in maggio contava circa duecento elementi e riceveva lanci paracadutati di armi nella zona di Gardelletta. Più a sud operava la Brigata Garibaldi «Bruno Buozzi» nei comuni di Camugnano e Grizzana, comandata da Ottorino Ruggeri detto «Bill», mentre nelle vicinanze di Vergato agiva la formazione «Pilota» al comando di Gino Costantini, inquadrata nella divisione «Modena». Per segnalare i rastrellamenti, le comunità si erano organizzate con segnali d'allarme empirici: due lenzuoli bianchi sulle sommità di Prunarolo e Rodiano, visibili da tutta la zona, venivano ammainati all'approssimarsi dei soldati tedeschi.

Ufficiale delle Waffen SS passa in rassegna le truppe
Ufficiale delle 16ª Divisione Waffen SS «Reichsführer-SS» passa in rassegna le truppe

La fonte principale: don Luigi Tommasini

Per seguire le loro gesta bisogna necessariamente riferirsi al libro «La bufera» di don Luigi Tommasini, allora parroco di Burzanella, l'unico, mi risulta, che ne abbia parlato; ritengo utile anche una circoscritta divagazione su fatti accaduti nelle vicinanze per cercare di meglio inquadrare la figura di don Tommasini, che sicuramente ha voluto emergere come protagonista dei fatti resistenziali nel massiccio Montovolo-Vigese e che, ai miei occhi, c'è riuscito se non per il fatto che è stato l'unico che ne ha scritto.

«Altre persone giunsero dalla Toscana, alcune perché avevano parenti a Burzanella, altre attratti dalla voce che il parroco di Burzanella poteva proteggerli e magari trovar loro un posto di lavoro.» — Don Luigi Tommasini, La bufera, cap. XXI

La crisi della formazione e gli infiltrati

Pare che all'inizio dell'estate '44 si siano presentati figuri millantando di essere stati inviati dal Comando della Stella Rossa di Monzuno e abbiano assunto la direzione della formazione. Pare che a questi sia dovuto un aumento delle requisizioni e il fallito attentato a Duilio Pisi. Pare che dopo questo evento siano arrivati davvero funzionari della Stella Rossa e abbiano fucilato il capo di questi elementi e portato con loro a Monzuno altri.

Il fucilato sarebbe stato sepolto ai lati della strada per Montovolo, a una curva in alto; don Tommasini scrive che aveva già avuto un feroce litigio con questo soggetto a Burzanella e che questi aveva tentato di ucciderlo. Secondo don Tommasini non sarebbe stato fucilato a Montovolo ma a Monteacuto, e si sarebbe chiamato Dante; don Zanini precisa il cognome, Albori, e indica come luogo di esecuzione casa Olivone, nel Farneto. A Monteacuto, Vallese, sarebbe stato seppellito. Pare che il Dante, prima del crollo del regime, facesse il pastore, e aveva solida fama di razziatore.

Di fatto la formazione di Montovolo era già in crisi all'arrivo dei tedeschi: pare non ci fosse più da mangiare e che pochi presidiassero il santuario — infatti mio zio e Vannini furono arrestati a casa, dove mangiavano. Non so se partigiani di Montovolo si siano trasferiti in altre formazioni; la loro attività è stata fondamentalmente di automantenimento.

1944
Capitolo Terzo

Episodi salienti dell'estate-autunno 1944

17 luglio 1944
La caccia alla spia: Oliviero Faggioli
Subito, anzi, prima del rastrellamento, parte la caccia alla spia. Il don la smaschera: è Oliviero Faggioli di Orelia, «gerarchetto scaltro della R.S.I.» secondo le parole del don, che fingeva di fare il doppio gioco con i partigiani rifilando loro armi e munizioni difettose e facendo, invece, la spia. Fu fucilato a Burzanella il 17 luglio; don Zanini posticipa al 19. Successivamente il don appura dal vice reggente fascista di Camugnano che le due colonne agivano indipendentemente: il rastrellamento preparato dal Faggioli era quello che doveva eseguire la colonna partita da Vergato, mentre la colonna di Castiglione sarebbe stata attivata da spie locali… mah! C'è da dire che per caso, all'Archivio di Stato, all'autore sono capitati in mano gli atti del processo intentato nel dopoguerra a tal Malossi di Lagaro per delazioni ai tedeschi che hanno portato al rastrellamento del Farneto…
18 luglio 1944
Il rastrellamento del bosco del Farneto
Su consiglio di don Tommasini si erano nascosti qui i partigiani di Burzanella, in particolare in quella zona detta «beneficio pastorale» riservata al parroco di Burzanella per la legna da ardere. I tedeschi salgono da Vergato e scendono da Castiglione; quelle provenienti da Castiglione sono truppe della Wehrmacht, catturano 12 persone di cui 6 partigiani. Don Tommasini riesce a farne rilasciare 10; 2 partigiani vengono fucilati a Burzanella, 3 cadono in combattimento. Strano che i tedeschi rilascino 4 partigiani senza neanche perquisire, visto che don Tommasini racconta che uno aveva addosso documenti compromettenti. La colonna partita da Vergato, comprendente SS e forze della R.S.I., fu intercettata a Monteacuto dalla Stella Rossa del Lupo e respinta con perdite. A sentire don Tommasini giorno di gloria per le forze resistenziali; l'autore può portare la testimonianza personale di un vecchio partigiano ormai demente di Grizzana che — o intuendo in chissà qual modo che il medico che lo stava visitando per un accertamento medico-legale si interessava e sapeva di queste cose, o scambiandolo per un suo compagno di allora — si trasse dal disorientamento tipico della demenza e cominciò a raccontare tranquillamente e ordinatamente le prime fasi della battaglia: momento della sua vita, evidentemente, che più l'aveva elevato.
Agosto 1944
Il fallito attentato a Pisi
In agosto i nostri attentano, pare per la terza volta, alla vita del reggente del Fascio di Riola, Pisi. Questi si trovava all'interno dell'osteria del paese, ubicata dove adesso si trova l'ancora chiuso bar trattoria Anna; i nostri hanno circondato l'edificio ma il reggente, uscito dal retro, sparando e menando è riuscito a sfuggire. Sul terreno rimase il partigiano Borelli Clemente — eccolo puntualmente compreso nel ricordo degli eroi caduti —; ferito Tullio Vannini, da testimonianze orali. Sempre da testimonianze, il cadavere del Borelli, come spesso accadeva per resistenti o supposti tali uccisi, rimase insepolto per un paio di giorni dove il Borelli era caduto. Don Tommasini la racconta diversamente: dice che il Pisi abitava a Campolo e fu attaccato in casa dai partigiani; l'assalto sarebbe avvenuto nella notte tra il 9 e il 10 agosto, Borelli ferito venne trasportato in Orelia dove morì tra le 22 e le 23 del 10. Il funerale sarebbe stato celebrato congiuntamente da lui e da don Annibale Sandri nella parrocchia di Vimignano il giorno di San Lorenzo, al quale la parrocchia è dedicata. È ovvio che dice cose non vere: dubito molto si fosse potuto celebrare in pompa magna il funerale di un partigiano caduto in combattimento; comunque il giorno di San Lorenzo è il 10 agosto — se il Borelli è deceduto intorno alle 23 della stessa giornata, a che ora le esequie in chiesa?
14–15 settembre 1944
La scoperta del covo di Montovolo e gli arresti
Il 14 settembre tre tedeschi vanno a Montovolo e scoprono che è un covo di partigiani, che come li vedono scappano nei boschi. La mattina dopo arrestano, oltre a Felice Contavalli — studente liceale, aspirante seminarista poi prete, sfollato presso la parrocchia di Vigo, che aveva accompagnato i tedeschi a Montovolo cercando, però, di segnalare la loro presenza ai partigiani — Luigi Contini, Tullio Vannini, Nello Benassi, Mario Michelini, Gianni Piccinelli e Adolfo Verri. Di questi risultano essere stati partigiani solo lo zio Mario e Tullio Vannini. Da testimonianze orali, dopo un breve stazionamento a Campolo nel «garage» (???) viene inscenata una finta fucilazione che provoca un accidente cerebrovascolare ad Antonietta Palmieri, sorella della nonna dell'autore e madre di Tullio Vannini. Successivamente gli arrestati vengono portati nelle antiche prigioni dei Pepoli, nel palazzo comunale di Castiglione dei Pepoli. L'autore ha usato il termine arrestati invece che rastrellati perché le testimonianze indicano precisamente come i tedeschi conoscessero perfettamente il domicilio di tutti gli arrestati e come cercassero solo loro. Una spiata: chi fu la spia?
17–20 settembre 1944
Le liberazioni operate da don Tommasini
Il don non ha dubbi: Duilio Pisi. Il nostro eroico parroco, dopo svariate traversie, recatosi a Castiglione, il 17 ottenne la liberazione di tutti gli arrestati; l'ufficiale tedesco responsabile era lo stesso del rastrellamento del Farneto. Il 19 Luigi Contini e Tullio Vannini vengono nuovamente arrestati dai tedeschi alla Serra dei Coppi, mentre si stavano recando a Burzanella per lavorare nel cantiere TODT inventato dal don per dare copertura agli irregolari della zona. Prigionieri nel mulino del Limentra a Riola, vengono fatti nuovamente liberare dal don, che si era recato alla Rocchetta Mattei, sede del comando tedesco, il 20. Personalmente — scrive l'autore — rimango un po' perplesso da questi tedeschi che così facilmente liberano sicuri partigiani. Sullo sfondo rimangono i fatti che il Farneto era stato bonificato, e la cima di Montovolo pure, in previsione dell'imminente battaglia del Vigese.
26 settembre – 6 ottobre 1944
Le SS nelle retrovie: stragi e repressioni
Sul finire di settembre la 16ª Divisione SS «Reichsführer-SS» — la stessa di Marzabotto — coordinò un'azione repressiva sistematica nelle retrovie del fronte. Il 26 settembre si insediò a Cereglio nella canonica e nell'abitazione del medico condotto, imponendo l'evacuazione in mezz'ora. Il 27 occupò Labante: la chiesa divenne officina meccanica, il cimitero deposito per i carri. Il 28 un eccidio colpì gli abitanti di Casa Fornelli. Dal 28 settembre al 6 ottobre un reparto SS s'insediò a Vergano: furono uccisi Luigi Tamburini e Luigi Cati, bruciate le case di Ruffillo e Barisa. Una bambina di sei anni, Renata Lucchi, morì per le schegge di una cannonata in località Quadriga. Nel territorio di Burzanella le SS uccisero circa una decina di persone.
Chi ha denunciato i sette? Don Tommasini non ha dubbi: Duilio Pisi, reggente del Fascio di Riola, per rivalità commerciale con la famiglia Contini di Campolo. Il capitano tedesco glielo confermò mostrando i propri dattiloscritti: «Siete stati tutti denunciati da Pisi Duilio di Vimignano, reggente il fascio di Riola».
Capitolo Quarto

La battaglia del Vigese

Settembre – Ottobre 1944

La Sesta Divisione Corazzata Sudafricana

Dal 1943 i dominions inglesi in Sud Africa parteciparono alla seconda guerra mondiale con un'unica formazione, la Sesta divisione corazzata sudafricana, composta da brigate corazzate, motorizzate, reggimenti di artiglieria, reparti del genio e servizi logistici.

Passato il crinale appenninico con partenza da Pistoia lungo la statale 64, inglobata nella 5ª armata americana, dagli inizi di settembre (altre fonti parlano del 27 settembre) 1944 la divisione arrivò a Castiglione dei Pepoli. Il 30 settembre occupò Camugnano.

La divisione era articolata in tre brigate: la 12ª Brigata Motorizzata (Natal Carbineers, Imperial Light Horse/Kimberley Regiment), la 11ª Brigata Corazzata e la 24ª Brigata delle Guardie con gli Scots Guards. Il settore era difeso principalmente dalla 16ª Divisione SS Panzergrenadier «Reichsführer-SS», supportata dalla 65ª Divisione di Fanteria: unità esperte che sfruttavano il terreno con gallerie nella roccia, campi minati e postazioni mimetizzate. Già il 12 settembre la 12ª Brigata Motorizzata aveva attaccato Monte Acuto, ma la salita ripida e fangosa battuta dalle mitragliatrici tedesche aveva bloccato l'avanzata con 137 uomini tra morti e feriti e cinque carri distrutti in tre giorni. Tra settembre e dicembre 1944 la divisione sudafricana avrebbe subito oltre 1.200 perdite tra morti, feriti e dispersi.

Carri armati sudafricani in sosta in un paese dell'Appennino
Carri armati sudafricani (Archivio NARA), autunno 1944
Fanteria alleata avanza su una strada dell'Appennino
Fanteria alleata avanza sull'Appennino bolognese, ottobre 1944

Cronologia degli scontri (3–7 ottobre 1944)

3 ottobre
L'attacco al Vigese
Il 3 ottobre attaccò il Vigese, pare da Lagaro; le posizioni tedesche erano difese dalla 16ª divisione granatieri corazzati SS «Reichsführer-SS Himmler». Un contemporaneo attacco fu sferrato verso Monte Acuto. La divisione sudafricana fu rinforzata da artiglieria e fanteria inglese, carri armati americani. La 24ª Brigata delle Guardie con gli Scots Guards avanzò tra le rocce dei contrafforti del Vigese sotto la pioggia torrenziale. L'artiglieria alleata fu notevolmente rinforzata: furono schierati il 178° Reggimento Medio della Royal Artillery britannica e due obici americani da 240 mm.
3–5 ottobre
Scontri al Torlai
I sudafricani conquistarono Cardeda e Torlai dopo brevi scontri, ma alle 23:30 i tedeschi contrattaccarono respingendoli dal Torlai. Il 4 i sudafricani tentano di riconquistarlo ma vengono sanguinosamente respinti. Nuovo tentativo nella notte, che riesce; ma alle 5 del 5 ottobre nuovo massiccio contrattacco tedesco che scaccia i sudafricani dal Torlai, e viene arrestato a Cardeda da un massiccio sbarramento di artiglieria. La situazione si stabilizza con i tedeschi al Torlai e i sudafricani in Cardeda. I carri armati impiegati in supporto rimasero spesso immobilizzati nel fango o danneggiati dal fuoco anticarro tedesco. Durante la notte più intensa di scontri i reparti sudafricani esaurirono le munizioni e dovettero ritirarsi ordinatamente prima di riorganizzarsi per il nuovo assalto.
Notte 5–7 ottobre
La presa del Vigese e la liberazione di Campolo
Nella notte del 5 i sudafricani si concentrano a Greglio e da lì prendono Vigo e la cima del Vigese. All'alba del 6 un plotone si diresse direttamente verso la cima del Vigese con un attacco silenzioso, senza preparazione di artiglieria: avanzando lungo i ripidi pendii nella fitta nebbia, i sudafricani piombarono sulla posizione tedesca della vetta cogliendola completamente di sorpresa. Furono fatti nove prigionieri, tra i quali il capitano comandante l'area Vigese-Vigo. Un altro distaccamento sudafricano, dopo duro combattimento, catturò una posizione di mitragliatrice a metà del pendio. Nel frattempo, dopo bombardamento di artiglieria, fu preso anche Vigo. I tedeschi al Torlai, vedendo minacciata la loro ritirata, evacuarono approfittando della pioggia battente e della nebbia. Il 7 le pattuglie sudafricane trovarono sgombro il massiccio di Montovolo e Campolo, con i segni evidenti di una massiccia ritirata.
Soldati avanzano su un costone erboso
Soldati in avanzata su un costone appenninico, primi settembre 1944
Carri armati distrutti dopo la battaglia
Mezzi corazzati distrutti dopo la battaglia del Vigese
La cronologia di don Tommasini: il 28 settembre gli alleati conquistarono Lagaro; dopo intensi bombardamenti e duri combattimenti il 30 crollò l'ultima resistenza tedesca in Cardeda e nella casa al Torlaio; il 1° ottobre fu presa Burzanella, il 4 Vigo, il 6 Campolo. Così la racconta don Tommasini; i sudafricani, nelle loro memorie, riferiscono che il Torlaio è stato preso e perso tre volte, e che le SS si sono ritirate solo il 7, dopo che i sudafricani avevano conquistato il Vigese salendo da Greglio.

La decisione di ritirarsi da parte dei tedeschi fu senz'altro presa anche in considerazione dei progressi degli americani in val di Setta, progressi che avrebbero portato a un isolamento nelle linee nemiche del massiccio Vigese-Montovolo. Non trova riscontro il racconto del sacrificio di 17 SS che, invece di arrendersi, uscirono da casa Torlai sparando e furono falciati dalle mitragliatrici dei carri armati sudafricani. Intanto, alla fine, il Torlai fu abbandonato dai tedeschi e non conquistato dai sudafricani; poi è dubbio che i carri armati ci siano arrivati: usati nel secondo attacco sudafricano, sono rimasti impantanati nel fango e facile preda del controcarro tedesco.

Dai diari di guerra sudafricani testé citati, Campolo è stata liberata il 7, Vigo il giorno prima e Torlai occupato parimenti il 7. Tappa successiva per i sudafricani Stanco, dove dovettero sostenere un altro duro scontro.

Episodi della ritirata tedesca

Due episodi riferiti all'autore sulla ritirata tedesca. L'assassinio di Adriano degli Esposti, fratello di Sisto e Lino, a Cavallino, nella sede del comando tedesco: arrestato qualche giorno prima nei pressi di Campolo perché si era dato alla fuga incontrando soldati tedeschi, il poveretto fu trovato cadavere nel locale che fungeva da prigione.

Lo scontro di Orelia: pare che soldati tedeschi, fermatisi per abluzioni alla fontana di Orelia, siano stati fatti oggetto di fucilate da parte di partigiani sovrastanti. I danni variano, a seconda dei racconti raccolti negli anni, da un soldato leggermente ferito a una spalla a tre morti. Pare che i tedeschi siano tornati indietro bruciando case fin oltre ai Chiosi: l'autore non ha mai visto resti o sentito parlare di case bruciate e non ha mai trovato riscontri scritti di questo racconto.

La via della ritirata e il ponte di Riola

Per che strada si sono ritirati i tedeschi? È dubbio che a quei tempi ci fosse l'attuale Chiosi-Riola; c'era lo stradello che passava per la Scola, ma era transitabile dai mezzi militari? Riola era libera o già occupata dagli americani o dai brasiliani? Poi il ponte era distrutto.

I tedeschi si son ritirati per Orelia, ma il ponte della Carbona era transitabile da mezzi militari e, soprattutto, era ancora su? C'è l'ipotesi, non condivisa dallo stradario allegato da don Zanini al suo libro, di una strada Riola-Prada… La possibilità di un ritiro per la strada Torlai-Boscalto era condizionata dalla resistenza tedesca a Monte Acuto.

Ignoro — conclude l'autore — come sia avvenuta la battaglia finale per Grizzana; alla fine è stata occupata dagli americani.

Il ponte antico di Riola prima della guerra
Antico ponte di Riola
Il ponte di Riola riadattato dagli Alleati dopo il bombardamento
Ponte di Riola dopo bombardamento e riadattamento da parte degli alleati
Capitolo Quinto · Allegato A

Memoria di un Partigiano

Ricordi di Tullio Vannini, trascritti e annotati dal figlio Luigi Vannini

Questo testo nasce dalla voce di mio padre Tullio Vannini, della sorella Lilia Vannini e della Madre Antonietta Palmieri. Ho cercato di trascrivere i loro ricordi affiancando alla narrazione i riferimenti storici che li illuminano, attingendo in primo luogo al volume «La bufera» di don Luigi Tommasini. Ho conservato la mia voce di figlio: non sono uno storico, e non voglio fingere di esserlo.

— Luigi Vannini

L'inizio della ribellione

«Cosa fa l'Italia?» — domandò con voce ferma, quasi di sfida, il soldato Tullio Vannini, rivolgendosi ai suoi commilitoni. E i compagni risposero in coro: «Fa schifo!». Quel breve scambio conteneva il germe di una ribellione. La sfiducia nell'impresa bellica del regime serpeggiava da anni tra i soldati italiani, logorati da campagne disastrose in Africa, nei Balcani e in Russia.

L'8 settembre e la fuga

Poi venne l'8 settembre 1943. Quel giorno l'Italia firmava l'armistizio con gli Alleati, e l'esercito si ritrovò improvvisamente senza ordini, senza comando, senza patria. Fu allora che Tullio decise di scappare — tornare verso la sua terra, le montagne che conosceva.

«L'8 settembre fu per molti il giorno più lungo della vita: non perché qualcosa finisse, ma perché tutto, improvvisamente, doveva ricominciare.» — Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, 1953

Circa seicentomila soldati italiani rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi e scelsero strade diverse: la fuga, la clandestinità, la montagna. Era l'inizio di ciò che la storiografia ha chiamato «la scelta».

La vita nei boschi

La vita del fuggiasco era dura, segnata dalla fame e dall'incertezza. Ogni tanto, spinto dal bisogno, Tullio faceva ritorno alla casa materna. I genitori lo accoglievano con amore, ma anche con timore. Antonietta, la madre, piangeva e lo supplicava di non esporsi.

In questo periodo si stava formando a Montovolo una banda partigiana che avrebbe riunito diversi giovani della zona — tra cui Mario Michelini e Lino Degli Esposti detto «Banana».

Carri armati alleati su una strada dell'Appennino
Mezzi alleati sull'Appennino bolognese, estate-autunno 1944

La cattura

Un giorno i tedeschi piombarono improvvisamente nella casa di Tullio. Si nascose in un piccolo gabinetto esterno, trattenendo il fiato. I tedeschi cominciarono a interrogare il padre Luigi, colpendolo col calcio del fucile. Fu allora che Tullio uscì dal nascondiglio e si consegnò. Era il 15 settembre del 1944.

Mio padre fu tra loro. Uscì dal nascondiglio non per resa, ma per amore — per non vedere il padre percosso davanti ai suoi occhi. C'è in questo gesto qualcosa che va oltre il coraggio militare: è la forma più antica e più umana di responsabilità. — Luigi Vannini

La prigionia e la liberazione

Insieme ad altri compagni, venne condotto nelle prigioni di Castiglione dei Pepoli, ricavate nell'antico palazzo dei Pepoli. La voce correva: sarebbero stati giustiziati. Tullio si chiedeva: «Come saremo, da morti?».

Don Luigi Tommasini partì il 16 settembre con don Nascetti — digiuni, a piedi, rischiando di persona. Il 17 settembre il capitano Telgelman acconsentì: Tommasini mostrò i documenti del cantiere della Todt, garantì che i prigionieri sarebbero stati suoi operai, e il capitano salì alle celle e scese con tutti e sette.

Epilogo

Ho scritto questo testo cercando di stare il più vicino possibile alla sua voce. Don Tommasini mi ha aiutato: la sua «La bufera» è un libro imperfetto, a tratti compiaciuto, ma è l'unico che abbia messo per iscritto ciò che è accaduto in questi luoghi, con questi nomi, in quegli anni. Senza di lui, molte cose sarebbero rimaste nell'ombra.

E io, suo figlio, oggi le scrivo, affinché non vadano perdute, affinché la voce di chi ebbe il coraggio di opporsi continui a risuonare. Perché la storia, se non viene raccontata, rischia di svanire come polvere al vento. — Luigi Vannini
Capitolo Sesto

Luoghi e persone

Protagonisti

Tullio Vannini
Partigiano di Montovolo
Catturato il 15 settembre 1944, liberato grazie a don Tommasini. Padre di Luigi Vannini.
Don Luigi Tommasini
Parroco di Burzanella
Figura centrale della Resistenza locale. Autore di «La bufera». Ottenne la liberazione di partigiani rischiando la vita.
Mario Michelini
Partigiano — zio dell'autore
Tra i partigiani di Montovolo. Arrestato insieme a Tullio Vannini il 15 settembre 1944.
Lino Degli Esposti «Banana»
Partigiano di Montovolo
Membro della formazione. Fratello di Adriano, assassinato dai tedeschi durante la ritirata a Cavallino.
Duilio Pisi
Reggente del Fascio di Riola
Sopravvissuto a tre attentati. Secondo don Tommasini, denunciò i sette partigiani per rivalità commerciale con i Contini.
Felice Contavalli
Studente liceale, aspirante seminarista
Sfollato a Vigo. Tentò di avvertire i partigiani il 14 settembre. Arrestato e liberato insieme agli altri.
Mario Musolesi «il Lupo»
Comandante della Stella Rossa
La sua brigata di Monzuno respinse la colonna tedesca partita da Vergato nel luglio 1944.
Dott. Marco Michelini
Autore della ricerca storica
Nipote di Mario Michelini. Autore de «I Partigiani di Montovolo». Campolo di Grizzana Morandi, 2026.

I luoghi della memoria

MontovoloVigeseTorlai CampoloBurzanellaCastiglione dei Pepoli CamugnanoBosco del FarnetoGrizzana Morandi Riola di VergatoRocchetta MatteiVimignano Serra dei CoppiMulino del LimentraMarzabotto GreglioCardedaOrelia Monteacuto VallesePalazzo dei Pepoli

Fonti principali

Don Luigi Tommasini, «La bufera». Tipografia Compositori, Bologna. Racconto autobiografico della Resistenza nel territorio di Burzanella e del massiccio Montovolo-Vigese.

Testimonianze orali di Tullio Vannini, raccolte dal figlio Luigi nel corso degli anni. Fonte primaria per la Memoria (Allegato A).

Testimonianze orali di abitanti di Campolo di Grizzana Morandi, raccolte dall'autore nel corso di diversi anni.

Diari di guerra sudafricani, consultati per la ricostruzione della battaglia del Vigese (ottobre 1944).

Roberto Battaglia, «Storia della Resistenza italiana». Einaudi, Torino, 1953.

Archivio di Stato: atti del processo a Malossi di Lagaro per delazioni ai tedeschi nel rastrellamento del Farneto.